Startup, ecco la fotografia dell’ecosistema romano

Numeri, spazi, protagonisti e strategie: Confcommercio fa il punto sulla Capitale dei progetti innovativi

Over 35, laureato, impegnato nella realizzazione di prodotti web, lavora in un team composto al massimo di 5 membri, che ha finanziato con fondi propri o con quelli della propria famiglia. Ha scelto Roma come epicentro della sua attività soprattutto per l’eccellenza del sistema universitario. E nel 22,5% dei casi è donna (il doppio della media italiana). E’ questo l’identikit dello startupper romano, come emerge da “Conoscere l’ecosistema romano delle startup”, primo studio strutturale sull’ecosistema condotto dalla Confcommercio di Roma in collaborazione con la Camera di Commercio di Roma, su un campione di 128 startup censito al Registro delle Imprese. Che cosa chiedono gli startupper romani prima di tutto alle istituzioni? Sostegno nella ricerca di fondi (21,8%), e nelle forme dell’accesso ai finanziamenti pubblici e in quella di ricerca di partner industriali. La difficoltà più grande? La burocrazia.  Ecco tutte le info (slides a cura del coordinatore scientifico del report Gaetano Grasso e del suo staff).

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Presenti all’appuntamento Stephen Trueman, direttore di Sapienza Innovazione, Marco Trombetti, creatore dell’acceleratore Pi Campus, Giulia Gazzelloni, founder di Le Cicogne, Carlo Alberto Pratesi, presidente Commissione Startup Regione Lazio e Marta Leonori assessore Roma Produttiva di Roma Capitale. Tre i casi di startup di successo portati come esempio virtuoso: Commercialista.com, Wanderio, Cicogne.

QUANTE SONO La ricerca ha tenuto conto di 128 società iscritte nel Registro delle Imprese come startup innovative. Di queste 115 sono srl, 10 hanno scelto di costituirsi come srl semplificata, 2 come spa.

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DOVE LAVORANO Le startup romane hanno il proprio baricentro amministrativo in Centro. Fuori dal Raccordo, la concentrazione massima si raggiunge nei pressi dell’Università Tor Vergata  e nell’area del Tecnopolo Tiburtino.

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CARTA D’IDENTITA’ L’età media dello startupper romano è di 32,5 anni, ma il 50% è over 35. E’ maschio (78%, nel resto del Paese siamo all’89%), anche se è alta la presenza femminile (22,5%, il doppio della media nazionale). Otto startupper su 10 hanno laurea e post laurea. I settori? Economia, management, ingegneria, computer science, pochi gli scienziati in senso stretto (14,2%). Il 70% degli startupper ha fatto esperienza all’estero per più di tre mesi (Usa, Inghilterra, Germania, Francia e Spagna, ma anche Singapore e Israele). E 7 startupper su 10 sono alla loro prima startup.

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I SETTORI DI ATTIVITA’ Le startup romane concentrano la loro attività su prodotti web (30%), il 20% punta sull’ITC, il 10% su ambiente ed energia. Fanalino di coda aerospaziale, bio e nano tecnologie.

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FATTURATO Non supera 50 mila euro di fatturato l’80% delle startup romane, mentre solo il 42% dichiara di fatturare al massimo 10 mila euro.

LE RISORSE Per il 53% degli startupper romani il bootstrapping ovvero l’autofinanziamento è la principale fonte di finanziamento. Solo il 9.8% ha ottenuto il sostegno di venture capital e il 7% di business angels.

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LE PRIORITA’ Per il 21,8% degli startupper le istituzioni dovrebbero sostenere le startup nella ricerca  di fondi. Il problema numero due? Le lentezze delle burocrazia.

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ACCELERATORI E INCUBATORI La ricerca censisce le strutture (private e pubbliche) che forniscono strumenti di sostegno alla nascita e al consolidamento delle startup. Sono Autopromozione sociale Cinema e Audio-visivo-Start! Open Source, Itech Tecnopolo Tiburtino, Hub Roma Business Unit a San Lorenzo, Luiss Enlabs a Termini, Spin Over all’Università Tor Vergata, Working Capital, InnovAction Lab.

Giulia Gazzelloni, confonder di Le Cicogne

Giulia Gazzelloni, confonder di Le Cicogne

«I numeri della ricerca – spiega Rosario Cerra, delegato alle Politiche per lo sviluppo economico di Confcommercio Roma e presidente Confcommercio Lazio – parlano di un ecosistema ancora agli albori, ma in crescita, in cui si stanno sviluppando competenze e giovani realtà imprenditoriali che, se messe in grado di sviluppare le proprie potenzialità, potrebbero fare di Roma il primo Hub italiano del settore dell’imprenditoria innovativa, e uno dei più importanti a livello europeo e internazionale, con particolare attenzione all’area del Mediterraneo dove manca ancora un grande city hub».

A tracciare la rotta, Carlo Alberto Pratesi, co-founder di InnovAction Ab e presidente della Commissione startup della Regione Lazio. «Serve mentalità, perché le startup non sono solo impresa ma anche un messaggio ideologico. Occorrono spazi, ma non intesi come uffici, piuttosto edifici con servizi. Enlabs è un buon esempio privato. Ma il pubblico? Occorre rimodernare il sistema Bic Lazio. Cultura e spazi, dunque. E finanziatori. Servono risorse, non prestiti, bensì investimenti. Bisogna – ha spiegato – aiutare investitori privati ad abbattere il rischio connaturato alle startup». Per Pratesi «occorre un mercato di sbocco per le startup» che non siano solo solo le grandi imprese «ma anche le istituzioni, che devono comprare servizi delle startup», come sostiene da tempo Working Capital. Il pubblico dia risorse ma anche indicazioni su cosa serve veramente al mercato. Ecosistema romano non rain forest ma macchia mediterranea.

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L’assessore alla Roma Produttiva Marta Leonori ha messo sul piatto la necessità di «una strategia condivisa tra Comune, Regione e Cciaa. Dobbiamo ripartire dal definire quali sono i settori di eccellenza su cui investire e che siano gli stessi per tutti. Dobbiamo attrarre investimenti dall’estero. Integriamo – propone – la commissione startup della Regione Lazio e facciamola diventare una commissione startup Roma e Lazio».

Della necessità di colmare il «gap tra università, ricerca e studenti. E tra studenti e startup» ha parlato invece Stephen Trueman, direttore di Sapienza Innovazione. Trueman anziché di ecosistema delle startup preferisce parlare di «ecosistema dell’innovazione. L’economia non è fatta solo di startup – precisa – molte aziende dell’artigianato possono essere innovanti e rinascere». Un’ecosistema in cui c’è bisogno di bisogno di mettere insieme tutti gli attori e in cui «le università sono fondamentali, come luogo di preparazione per startup e imprenditoria».

Dall’università agli acceleratori, a cui, secondo lo studio,  si rivolge il 50% delle startup romane. «Che la metà degli startupper romani si rivolgano a queste strutture – spiega Marco Trombetti di Pi Campus – è una bella notizie». Pi Campus ospita al momento 9 startup. «Nessuna startup è nata come alternativa alla disoccupazione. Gli startupper sono i migliori studenti che abbiamo, e fanno impresa perché sono convinti delle loro idee».

UNA STRATEGIA IN SEI PUNTI Secondo Confcommercio sono sei sono le direttrici su cui è necessario intervenire per fare di Roma il primo Hub italiano, e uno dei più importanti a livello europeo e internazionale, nel settore dell’imprenditoria innovativa.
Sono l’accesso alle informazioni, la concessione di nuovi spazi per le startup, anche attraverso la concessione dì immobili pubblici inutilizzati per favorire la costituzione di un campus. La formazione, attraverso la promozione di partnership tra atenei e privati, avvicinando il mondo universitario a quello imprenditoriale e l’introduzione in tutti i corsi di laurea di materie economiche e, in particolare, di moduli focalizzati sulle imprese e sulle startup.
Poi potenziamento della figura del mentor, semplificazione delle pratiche burocratiche con la creazione di uno sportello unico per le startup. E poi la creazione di sinergie tra imprese e startupper della Capitale.